Martin Seligman nel 1967 (University of Pennsylvania), rinchiuse dei cani in una gabbia per sottoporli a ripetute stimolazioni dolorose(algogene):  i prigionieri dapprima si dimenavano, ringhiavano ed abbaiavano, cercando invano di liberarsi, di sfuggire al malessere, dopodichè, dopo un certo lasso di tempo passato a contorcersi dalla sofferenza, la contro-reazione allo stimolo esauriva la sua energia, cedendo il passso alla passività (apatia, abulia).
  Emotivamente si può ipotizzare che l’iniziale rabbia sorta come tentativo di difesa allo strazio della tortura (nello specifico scariche lelettriche), vista la sua impotenza a modificare la situazione, persa definitivamente la speranza, abbia lasciato il posto ad una tipologia di difesa psichica più passiva, più analgesica, in cui le emozioni vengono attenuate fin quasi a scomparire (anedonia,depressione). Questa difesa psichica, dopo non molto, cedrà comunque il passo alla terapia finale, l’eutanasia: il cane ingabbiato si lascerà morire lentamente di fame(ìnedia).
Un evento curioso di questo esperimento è che al soggetto depresso, anche se gli vengono offerte delle opportunità di fuga non le sfrutta (come se non le vedesse),  insomma si comporta come se la sua situazione fosse ineluttabile, immodificabile.. come un cane rinchiuso in una gabbia.
  L‘autore di questo esperimento, Dot. Martin Seligman, fa parte della Psicologia Positiva (che poggia sul tema della “qualità della vita”) ed è Presidente dell’ American Psychological Association (l’associazione che stila il DSM).